Ancora in Vespa da Milano a Tokio – la nostra recensione

The Hand of the Monkey/ Giugno 3, 2022/ recensione, viaggi/ 0 comments

Abbiamo letto il libro di Fabio Cofferati e vi diciamo la nostra opinione

Qual è il piano? Fare un viaggio in Vespa, scrivere un libro, attendere la Gloria.

D’altronde Fabio Cofferati è abituato a spiazzare le persone, con un peto o con un libro.

Sì, perché questo libro mi ha spiazzato, partendo dalla mera forma. Accidenti, è scritto davvero bene!

L’editing di Shitman ed il proofreading di Gionni Orsetto si vedono eccome.

Io sono un anticonformista per natura e, anche se di recensioni di “Ancora in Vespa da Milano a Tokio” (edizioni NFC) ne trovate ancora poche data la relativamente recente pubblicazione dello stesso, io non voglio partire dalla cronistoria della genesi di questa idea balzana di andare a Tokio in vespa, cosa che tra l’altro già trovate nell’intervista che vi segnalo qui sotto e presente nel nostro sito.

Se così facessi cadrei io stesso nell’errore di parecchi libri di Viaggio (ormai un genere letterario a sé stante) in cui gli autori eseguono un mero elenco dei chilometri percorsi, di dove hanno mangiato e di dove hanno dormito e dei fantastici asettici incontri che hanno fatto. Sia chiaro: asettici per noi che leggiamo, perché chi scrive ha probabilmente ben vivida l’esperienza vissuta, ma non è riuscito a trasmettere l’emozione. E allora a che serve un libro se non trasmette emozioni? Ecco, Fabio ha ben presente questa insidia e riesce a schiacciarla come un novello San Giorgio con il proprio drago.

Basterebbe fermarsi qui per giustificare l’acquisto del libro, a parte inoltre il sostegno della Fondazione ISAL a cui va parte del ricavato della vendita.

Ma veniamo al libro, la prima cosa che mi ha stupito nella sua semplicità, è l’affermazione di Fabio quando dice che ha atteso di scrivere un libro quando ha avuto qualcosa che valesse la pena raccontare. Pare scontato eh? Beh, vedi quanto ho scritto poco sopra.

Parlando con Fabio (e con il nostro amico Alessandro) come spesso faccio quotidianamente, l’ho preso in giro sul fatto che sicuramente lui non si aspettava, fin dal titolo, di scrivere in realtà un libro sulla Russia. Saprete benissimo infatti, se lo avete seguito sui Social (altrimenti pazienza, beccatevi sto spoilerone) che Fabio in Giappone non è riuscito a metterci né piede né ruota, quella da 8 pollici ovviamente, la famosa ruota di carriola di cui altri hanno abusato.

Io me lo sono immaginato a documentarsi sull’esotica, pulita ed ordinata isola del Sol Levante per prepararsi a scrivere il suo libro e poi invece ritrovarsi coi sudori in fronte accovacciato sopra un buco-latrina di una stazione di sosta da qualche parte in Siberia. Che poi a pensarci bene con tutta la quantità di Russia che ci sta in mezzo tra l’Italia e il Giappone, era ovvio che si finisse a parlare del ristorante “i tre orsi”. Ebbene, FUN FACT, il libro di Fabio non parla né di Milano né di Tokio, ma della Russia prima dei tristi eventi degli ultimi mesi e, forse, questo libro non è sfortunato per capitare in un momento in cui questa Nazione non gode di particolare popolarità, ma bensì da un certo punto di vista non poteva arrivare in un momento migliore, per sottolineare che i russi non sono Putin (ma questo vale per tutti i popoli e governi). E qui arriviamo alla seconda considerazione di cui ho sommariamente parlato con Fabio nei giorni scorsi. Leggendo il libro e le parole di Fabio sul popolo russo, ho maturato la convinzione che trasparisse una sorta di ammirazione per questa gente, le sue città, la ferrovia, le strade, il cibo, la grandezza geografica e architettonica contrapposta alle miserie che invece si incontrano appena fuori dalle luccicose città. Senza scomodare la politica, nel recente passato c’è chi ha vissuto nella ammirazione degli Stati Uniti d’America, dei fast food, di Hollywood, del sogno americano insomma, e chi ha costruito il proprio modello mentale della Grande Russia sovietica, della società comunista, del lavoro e della Giustizia sociale. Sia chiaro, entrambe queste utopie non esistono affatto nella realtà, però io mi immaginavo un Cofferati col cappellino alla Lenin, i suoi baffoni, con gli occhi commossi al passaggio della ferrovia (retaggio del padre ferroviere).

Niente di più sbagliato, si è affrettato a dirmi Fabio. Se ho colto trasporto emotivo verso questa Nazione e i suoi abitanti è solo perché il Cofferati viaggiatore è riuscito a trasmettermi delle emozioni mentre descriveva i ragazzi di Baku, il drogato con il liquido purulento attorno alla bocca, l’orso investito a bordo strada, il commesso che dorme nel negozio, la signora paffuta della mensa dei ferrovieri, i camionisti omosessuali, i cani pronti a sbranarti, il Raguseo flatulente (un po’ il bue che dà del cornuto all’asino, ma sorvoliamo), Mongol il motociclista e via discorrendo nei ritratti di umanità che troverà lungo la strada, pronti ad aiutarlo o a dargli un luogo in cui dormire, in un dipinto di solidarietà e accoglienza che spesso trova chi ha la compiacenza di mettersi in viaggio e lasciare a casa i propri preconcetti.

E insomma, Fabio Cofferati per me è quell’amico che ha percorso “Per la prima volta in Vespa da Contignaco a Sachalin”, che è tanta roba da raccontare.

Dario CAPATTI

Fabio Cofferati
Ancora in Vespa da Milano a Tokio
NFC Edizioni
352 pagine – Euro 21,50

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